Bufala coronavirus

Il video del Tg3 Leonardo scatena il panico, ma è l'ennesima fake news

La comunità scientifica smentisce e spiega perché Covid-19 non ha nulla a che vedere con i laboratori.

Il video del Tg3 Leonardo scatena il panico, ma è l'ennesima fake news
26 Marzo 2020 ore 15:30

Da ieri impazza sui social di tutta Italia un servizio di Tg3 Leonardo andato in onda nel 2015, per la precisione il 16 dicembre, che racconta: “Scienziati cinesi creano un supervirus polmonare da pipistrelli e topi. Serve solo per motivi di studio, ma sono tante le proteste”.

Ovviamente l’interpretazione iniziale è stata pressoché univoca – ad eccezione di pochi che hanno imparato a verificare tutte le informazioni prima di tirare delle somme dal sapore complottista  – tutti hanno istintivamente concluso che il Covid-19 fosse nato così. Ancora una volta ricercatori, virologi, primari e studiosi hanno dovuto momentaneamente abbandonare le proprie occupazioni (abbastanza urgenti al momento) per fare chiarezza ed evitare che la palla di neve diventasse valanga.

L’ombra del Covid-19 sul servizio del Tg3 del 2015

Il servizio del Tg3 spiegava come la comunità scientifica internazionale vedesse dei rischi nel lavoro dei colleghi cinesi, motivo per il quale non si riteneva prudente mettere in circolazione organismi potenzialmente infettivi, che potevano anche sfuggire di mano. Vi ricorda qualcosa? La notizia mai confermata, di cui non sono mai state trovate prove, circolata all’inizio dei contagi da Covid-19 che in Italia aveva preso molto piede a gennaio 2020, in cui si sosteneva che il virus fosse stato creato in laboratorio e poi “lasciato allo stato brado”. Si sa che l’universo dei complottisti è difficile da convincere, la scienza è riuscita a smentire questa ipotesi che ciclicamente ripropone un piano malefico di distruzione mondiale studiato in laboratorio? Sì. Il Covid-19 non è stato creato in laboratorio.

Covid-19 è un virus naturale

Sono stati moltissimi gli studi su Covid-19 che hanno dimostrato che si tratti di un virus “naturale”. Lo scorso 17 marzo su Nature Medicine, come ha ricordato il virologo Roberto Burioni, si conferma nuovamente che “le analisi eseguite mostrano chiaramente che il virus non è costruito in laboratorio.” In tal senso Burioni è lapidario e commenta così il tam tam scatenatosi:

Anche la virologa italiana di fama internazionale Ilaria Capua, che dirige l’One Health Center of Excellence, all’Università della Florida, chiarisce:

“Se il Covid-19 fosse stato vicino a quel virus lì lo avremmo saputo subito il giorno dopo. Il Covid-19 è un virus che deriva dal serbatoio selvatico. Non sappiamo ancora quante specie animali abbia colpito prima di arrivare all’uomo”.

E ancora smentite dal professor Enrico Bucci, docente alla Templey University (Usa), epidemiologo di fama mondiale che assicura che il virus di cui parla il servizio del Tg3 non aveva capacità epidemica, confermando a propria volta che Covid-19 sia il frutto di una selezione naturale.

Di quale virus parlava il servizio del Tg3?

Appurato quindi che Covid-19 è un virus che non ha visto la luce in laboratorio, è legittimo chiedersi di cosa parlasse allora il servizio del Tg3. Risponde al quesito il direttore della testata regionale Rai, Alessandro Casarin:

“Il servizio del 16 novembre 2015 andato in onda nella rubrica “Leonardo” della TgR è tratto da una pubblicazione della rivista Nature. Proprio tre giorni fa la stessa rivista ha chiarito che il virus di cui parla il servizio, creato in laboratorio, non ha alcuna relazione con il virus naturale Covid-19“. Insomma due virus differenti, la spiegazione più semplice.

Una fake news che ha scosso anche i palazzi della politica

Interrogato nel pomeriggio di ieri sulla questione, anche il premier Conte aveva rassicurato “Non ho visto il servizio, ma ho referenze che non è così“, dopo che il leader della Lega Matteo Salvini aveva annunciato un’urgente interrogazione parlamentare (poi non concretizzatasi) sulla vicenda:

 

Il servizio di Leonardo semplicemente parlava d’altro

 

di Peta Fantazzini per Prima il Levante

In queste ore è tornato a girare via app di messaging mobile e social network in maniera frenetica (e morbosa) un vecchio servizio del TG3 Leonardo in merito ad uno studio cinese del 2015, in cui gli scienziati, partendo dal virus della vecchia SARS del 2003 e da un ceppo di coronavirus estratto da alcuni pipistrelli, hanno creato una cosiddetta “chimera”, potenzialmente trasmissibile agli esseri umani, per studiarne le proprietà. Con la scontata – ma assolutamente ignorante ed infondata – implicita correlazione a sospetti di artificialità dell’attuale SARS-CoV-2. Vi spieghiamo (in parole molto semplici) perché si tratta, ovviamente, di una bufala.

Virus “creato in laboratorio”? Ecco perché è l’ennesima bufala

Mettiamo subito le cose in chiaro: un virus ingegnerizzato artificialmente si riconosce all’istante da uno naturale. Ogni ipotesi complottistica in tal senso riferita al Covid-19, dunque, è già di per sé smentita dalla mappatura che ne abbiamo avuto sin dal momento in cui il nuovo coronavirus di Wuhan è stato isolato. Si tratta di informazioni e dati pubblici, consultabili (e consultati) da qualsiasi scienziato, in ogni angolo del globo, nonché provenienti da fonti diverse (il virus è stato isolato dai team di ricercatori di molte svariate nazioni, compresa l’Italia), dunque neppure è possibile che siano “falsate”.

Il servizio di Leonardo del 2015, di per sé, non è dunque una “bufala”, ma lo studio di cui parla non ha alcuna correlazione con la pandemia che stiamo vivendo in questi giorni, se non proprio il fatto che aveva lo scopo di analizzare – ed auspicabilmente trovare armi per prevenire e combattere – un fenomeno come questo. Lo studio in questione, pubblicato su Nature nel 2015, ha analizzato uno specifico ceppo di coronavirus, il SHC014, estratto da una specie di pipistrelli, il Rhinolophus sinicus. Gli scienziati hanno dunque creato una cosiddetta “chimera”, facendo esprimere le proteine di questo ceppo virale su un altro virus, appunto quello della vecchia SARS-CoV, allo scopo di dimostrare e studiare proprio la capacità delle famiglie di coronavirus animali di adattarsi al contagio umano, per l’appunto il famoso “salto di specie” che, ancora una volta, è capitato. La conclusione dello studio (interrotto nel 2017) è stata proprio quella che oggi viviamo sulla nostra pelle: la convinzione che il rischio di ulteriori emersioni di virus simili a quello della SARS fosse molto alto e dunque da monitorare con grande attenzione. Avevano decisamente ragione.

Come detto, tuttavia, questo studio non ha e non può avere alcuna altra correlazione se non quella citata con il SARS-CoV-2. Come analizzato in questo altro studio pubblicato su Nature, ma anche questo paper, o questo, noi conosciamo bene il genoma del nuovo coronavirus che ci stiamo trovando ad affrontare, e questo differisce profondamente da quello analizzato nel succitato studio, seppure facciano parte, ovviamente, della medesima famiglia. Inoltre, la sua sequenza è del tutto incompatibile con la creazione artificiale: perché, come tutto ciò che nasce in natura, non solo non ha traccia alcuna di modifiche artificiali, ma è proprio caotica, poco ottimizzata, evidentemente selezionata naturalmente.

Ma l’origine, dunque, qual è?

Quello che non è ancora certo è da quale animale sia avvenuto il salto di specie definitivo questa volta. Se, infatti, nel 2003 si era risaliti con certezza quasi totale alla civetta delle palme comune (un carnivoro della famiglia dei viverridi, da non confondere con i rapaci), poiché il coronavirus che circolava fra tali animali si era mostrato essere per il 99,8% identico a quello della SARS, sinora in questo caso non si sono trovati riscontri superiori ad un 96% circa di similitudine. Se in un primo momento si erano “accusati” i pangolini contrabbandati in certi wetmarket cinesi, nel loro caso la similitudine si arresta ad appena il 90% circa, il che contribuisce a “scagionarli”, ed i sospetti tornano nei confronti dei pipistrelli, dove, appunto, si sono trovate similitudini al 96% (più dettagli, ancora una volta, su Nature). Le differenze restano tuttavia ancora troppo profonde, ed un’ipotesi è che se anche quella fosse l’effettiva origine del SARS-CoV-2, molto probabilmente vi debba esser stato un altro salto di specie intermedio che non siamo ancora riusciti ad identificare.

Gli studi succitati, ad ogni modo, confermano anche un altro dato che testimonia l’origine di prossimità della nuova pandemia: ossia i primissimi contagiati localizzati che hanno avuto come punto in comune la frequentazione di un vicino wetmarket di Wuhan, dove molte specie animali diverse vengono vendute per l’uso alimentare, e tenute in condizioni di estrema promiscuità: esattamente le più favorevoli condizioni per un virus per avere occasione di evolvere la capacità di infettare nuove specie, fra cui anche quella umana.

Questo in quanto i virus, come ogni altra forma di vita (la definizione di “vita” per i virus non è necessariamente precisa, ma si tratta di una questione semantica irrilevante in questo contesto) mutano in maniera del tutto casuale. In condizioni normali, naturali (o per lo meno di allevamento monospecie, come è più frequente in Occidente) un virus che muti sviluppando casualmente la capacità potenziale di infettare una nuova specie è molto meno probabile che “sopravviva”, che cioè venga selezionato evolutivamente poiché tale capacità gli è di vantaggio. Perché, appunto, senza contatti e continua promiscuità con altre specie, essere in grado di contagiarle non rappresenta alcun vantaggio (semplicemente, si tratta di una caratteristica che molto difficilmente il virus avrà mai occasione di sfruttare, e finirà perduta, “dimenticata” e scartata dal processo evolutivo), ed è più probabile altri ceppi, con altre caratteristiche effettivamente vantaggiose in quel contesto, saranno naturalmente selezionati perché più efficienti in altri aspetti.

Ma in una situazione di promiscuità come quella descritta, dove tanti animali diversi vengono tenuti assieme, per di più in pessime condizioni di igiene, ecco che una mutazione del genere diventa invece per il nuovo ceppo virale un evidente vantaggio: a stretto contatto con molte altre specie, essere divenuto in grado di contagiarle moltiplica immediatamente il numero di ospiti potenziali in cui può diffondersi, ed il rischio che ciò avvenga per l’appunto si moltiplica di conseguenza. Quella caratteristica, insomma, permetterà a questo nuovo virus di moltiplicarsi molto più di quanto possano fare i suoi simili da cui si è appena evoluto, diffondendosi più e meglio di loro. Come, purtroppo, stiamo vedendo accadere.

La scienza ci aveva avvertito, ma non tutti hanno ascoltato

Insomma, non c’è alcun elemento a sostegno dell’ennesima tesi del complotto, e tantissimi che la smentiscono esplicitamente, mentre l’unica coincidenza è quella ovvia che può esserci fra una pandemia di un nuovo coronavirus di origine animale ed uno studio che, guardacaso, dimostrava come ci fosse un rischio di nuove pandemie da cui guardarsi e su cui vigilare costantemente.

Semmai, se proprio vogliamo essere maliziosi, dovremmo piuttosto chiederci perché in molti Paesi, in Occidente soprattutto, non si sia forse vigilato a sufficienza visti proprio gli elementi che studi come quello raccontato dal TG3 evidenziavano, e ci si è scoperti del tutto impreparati, mentre ad esempio in Corea del Sud, proprio perché dopo l’esperienza della SARS si erano “scottati”, gli investimenti nella prevenzione e nella preparazione a nuovi scenari analoghi, quale quello che poi si è appunto verificato, sono stati assai ingenti ed abbiano loro permesso di affrontare oggi con successo assai maggiore l’emergenza, riuscendo a contenerla con strumenti di monitoraggio e rilevazione innovativi ed estremamente efficienti. Certo, per farlo hanno dovuto investire moltissimi soldi nella prevenzione di un rischio che avrebbe potuto non avverarsi mai, mentre dalle nostre parti investimenti simili spesso sono tagliati perché considerati spreco di denaro pubblico.

Guardiamoci dunque da chi cavalca (politica compresa) l’onda del complottismo per tornaconto personale, ma guardiamoci forse ancor di più da chi ritiene gli investimenti nella ricerca e nella prevenzione come una risorsa sacrificabile perché il ritorno economico che ne deriva non è sempre immediato ed evidente. Oggi più che mai la natura, e nessun laboratorio, ci ha nuovamente dato una lezione riguardo a come i costi della sottovalutazione della scienza, poi, rischino di essere molto più grandi nel futuro.

Da Prima il Levante

Turismo 2020
Top news
Glocal News
Foto più viste
Video più visti
Il mondo che vorrei
Gite in treno
Curiosità