Crisi del calcio italiano la ricetta di Christian Mossino: Spazio ai talenti italiani

Intervista al numero due della Lega Nazionale Dilettanti, braccio destro di Giancarlo Abete in lizza per la corsa del 22 giugno alla presidenza della Figc

Crisi del calcio italiano la ricetta di Christian Mossino: Spazio ai talenti italiani

Crisi del calcio italiano la ricetta del canavesano Christian Mossino, numero due della Lega Nazionale Dilettanti presieduta da Giancarlo Abete in lizza per la corsa del 22 giugno alla Figc dopo le dimissioni di Gabriele Gravina dopo il terzo fallimento consecutivo (in 12 anni) della Nazionale italiana che non c’entra la qualificazione ai Campionati del Mondo di calcio.

Christian Mossino dal marzo del 2022 lei è vice presidente vicario della Figc – Lnd presieduta da Giancarlo Abete, la componente più numerosa delle sei di cui è composta la Federazione. Partiamo dalla domanda più complessa e difficile: perché da tre edizioni a questa parte la Nazionale italiane non riesce a qualificarsi ai Mondiali?

«Sicuramente non c’è una solo una motivazione. Ce ne sono tante e tra queste c’è anche la componente sfortuna che a volte incide. E in un periodo condizionato da cattiva sorte e meno qualità rispetto ad altri Paesi ecco che alla fine è successo tutto questo».

Cosa serve, allora, per invertire la tendenza?

«Indubbiamente la volontà di farlo. Ma vorrei sottolineare un concetto: se Gravina si è dimesso non vuol dire che sia stata sua la colpa di quanto è accaduto; le dimissioni sono una assunzione di responsabilità mediatica perché sei a capo dell’organizzazione, ma indubbiamente non significa che si debba additare una sola persona. Ora, però, è importante sedersi intorno a un tavolo e tutti insieme, e intendo le varie Leghe, allenatori, calciatori a trovare la modalità per iniziare a fare analisi anche tecnico-organizzativo e formativo per fare un percorso e riportare l’Italia là, dov’era. Un programma, insomma, non solo politico ma anche tecnico e una volta scritto far convergere il sistema. Non c’è una solo cosa da fare, è un’insieme di cose da realizzare».

Si sente parlare spesso di riforme: ma cosa di concreto tra le attuali norme non funziona più e che va modificato il più velocemente possibile?

«Le norme nonostante siano attuali hanno sempre bisogno di essere migliorate. Il programma deve contrarsi sui settori giovanili, parlo a nome dei dilettanti che sono quelli con più società e tesserati da dove i professionisti “passano” prima di fare il grande salto. Bisogna lavorare sui vivai, affinché fin dalle scuole calcio si possa fare un percorso che metta in evidenza e migliori la parte tecnica e valorizzi i talenti italiani. Far crescere, cioé, i nuovi Del Piero, Totti, Baggio… 
I talenti in Italia ci sono e tutti insieme bisogna lavorare affinché arrivino tra i professionisti. Dobbiamo dare ai nostri giovani la possibilità di arrivare “su”, ma senza chiudere le porte agli stranieri; la mia non vuole essere una chiusura a chi arriva dall’estero, ma un invito a trovare un equilibrio, per dare più calciatori italiani al selezionare della Nazionale. Oggi, il commissario tecnico sceglie sul 30% dei giocatori che tutte le settimane giocano in Serie A; prima gli italiani erano il 60-65%».

Le ultime elezioni, quelle che avevano portato Gravina a capo della Figc oggi dimissionario, si erano svolte con un solo candito e una sola lista in appoggio. Oggi si profila, quantomeno un derby, tra Malagò e Abete (il “suo” presidente, ndr): è un bene per la democrazia sportiva avere più liste o sarebbe meglio una scelta condivisa prima della conta alle urne il prossimo 22 giugno?

«Sono dell’idea che prima bisogna partire dal progetto da un programma e poi i nomi che sono una conseguenza. Quindi, oggi, non è tanto se i candidati sono due, tre… o quanti vogliamo, ma cosa quel candidato vuol fare. Quale programma vuole realizzare. E da lì, trovare una convergenza. Più che “di nomi” si deve parlare “del cosa”, ed è quello che Abete sostiene ed è per questo motivo che è sceso in campo. Abete ha detto: “La mia intenzione, se pur designato, è scrivere un programma condiviso con le componenti, proprio per mettere nelle condizione migliori chi dovrà realizzarlo; e Abete è in prima linea per questo».

Che linee programmatiche dovrebbe avere questo documenti di intenti?

«I problemi sono veramente tanti: la questione tecnica, la formazione, il calcio giovanile, tutti argomenti importanti. Così come lo è – importante – creare ponti istituzionali con il Governo, per una revisione della legge sullo Sport del 2021, quella che definisce il lavoratore sportivo (atleti, allenatori, istruttori, ecc.), tra adempimenti e riforma Asd/Ssd (assenza di scopo di lucro, ndr); vincolo sportivo (l’eliminazione progressiva effettiva dal 2025) e la responsabilità (che impone nuove norme gestionali per le associazioni dilettantistiche e responsabilità per la sicurezza degli impianti). Tutto questo a difesa dei lavoratori sportivi, dei premi di formazione, il regime semplificato per i dilettanti e la tutela del volontariato sportivo che va riconosciuto e non penalizzato: non può reggersi su contratti di lavoro. Deve essere rivisto il sistema: chi investe sui ragazzi del settore giovanile non può poi essere depauperato. Abete vuole che si attenzioni anche questi aspetti nel programma».

Facciamo chiarezza su alcuni aspetti pratici: è possibile inserire un limite di giocatori comunitari nelle rose di Serie A o garantire un numero minimo di tesserati italiani? E ancora. Così come ha proposto Luciano Spalletti si può introdurre l’obbligo di un Under 19 italiano per squadra?

«Il calcio in Italia è uno sport professionistico, a differenza di molte altre discipline che non lo sono, e in quanto tale azioni legislative come quella della riduzione degli stranieri, non sono così semplici da attuare perché stretti dai vincoli del professionismo».

E’ una tema la riduzione delle squadre in Serie A da 20 a 18?

«Non è un tema 20 o 18. Il tema è che in Italia abbiamo 100 società professionistiche. Non è il 18-20 che determina, ma cosa c’è sotto la punta dell’iceberg Serie A. Negli altri Paesi, in particolare europei, hanno molto meno società professionistiche di noi; è qui che bisogna approfondire la discussione, è lì che bisogna ridurre. E Abete si candida proprio per migliorare la base, ma più in generale si tutto il sistema».