L'intervista

Tra burocrazia e sfide climatiche, cambia l’assistenza alle imprese

Dal 1° settembre Gianluca Turchetta è il nuovo direttore di Confagricoltura Torino e delle sue società controllate

Tra burocrazia e sfide climatiche, cambia l’assistenza alle imprese
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Una lunga chiacchierata con Gianluca Turchetta, nuovo direttore di Confagricoltura Torino e delle sue società controllate

Gianluca Turchetta

Dal 1° settembre Gianluca Turchetta è il nuovo direttore di Confagricoltura Torino e delle sue società controllate, chiamato a guidare l’associazione in una fase storica complessa per il comparto primario. I rincari dei costi di produzione, l’impatto dei cambiamenti climatici, il calo demografico e le incognite legate al futuro dei fondi europei delineano uno scenario articolato. Per rispondere a queste sfide, la ricetta di Turchetta parte prima di tutto da una riorganizzazione interna: liberare tempo e risorse dalla burocrazia quotidiana per trasformare l’associazione in un vero e proprio partner strategico di consulenza. Dalla difesa dei carburanti agevolati alle nuove frontiere del carbon farming, passando per la valorizzazione delle eccellenze agroalimentari torinesi e il supporto determinante ai giovani agricoltori, il neo direttore illustra in questa intervista le linee guida del suo mandato.
Quali sono i primi passi e le priorità strategiche che intende affrontare nei primi mesi alla guida di Confagricoltura Torino?
«Le priorità si fondano sul contesto generale che fa da sfondo alla realtà in cui le nostre aziende lavorano ogni giorno: costi delle imprese in aumento, prezzi spesso non remunerativi, calo demografico, passaggi generazionali delle imprese, produttività in calo.
Per questo parto da casa nostra: i primi interventi riguardano il miglioramento della produttività della nostra struttura, soprattutto per quanto riguarda la gestione della burocrazia al fine di liberare risorse da impiegare nell’assistenza alle imprese agricole le quali non hanno più solo bisogno dello svolgimento di pratiche amministrative o fiscali, ma maggiore attività di assistenza e consulenza, per esempio proprio in materia di passaggio generazionale.
Ritengo anche che la cosiddetta semplificazione ossia la riduzione della burocrazia sia un falso mito e una illusione; a società ed economie complesse corrispondono regole applicative e amministrative complesse e pertanto promettere la cosiddetta “sburocratizzazione” rappresenta una falsa promessa. Quello che possiamo e dobbiamo fare è organizzare meglio il nostro lavoro, in modo che il peso della burocrazia ricada il meno possibile sulle aziende, perché siamo noi a farcene carico al loro posto».
Quali nuovi servizi o innovazioni organizzative prevede di introdurre per rispondere alle esigenze sempre più complesse degli agricoltori?
«I nuovi servizi o le innovazioni organizzative presuppongono un recupero della produttività all’interno della nostra organizzazione, per ritrovare tempo ed energie; oggi è assorbita eccessivamente dall’assolvere adempimenti burocratici che risultano molto spesso a solo vantaggio della Pubblica Amministrazione. Recuperando questo spazio potremo rispondere a una richiesta sempre più forte di consulenza e assistenza nella gestione dell’impresa agricola moderna.
Arriva in particolare dalle nuove generazioni di imprenditori, che saranno i protagonisti dei prossimi vent’anni e dovranno affrontare problemi di gestione che chi li ha preceduti non ha mai incontrato».
Il settore agricolo torinese e piemontese affronta sfide legate a eventi climatici estremi e gestione delle risorse idriche.
Quali soluzioni e strumenti di supporto intende promuovere?
«Sarebbe poco onesto dire che una sola organizzazione possa avere la soluzione; si tratta di temi che coinvolgono l’intera società.
Mi sembra però che negli ultimi tempi si sia passato da un concetto di contrapposizione ai cambiamenti climatici a un concetto di adattamento attivo al cambiamento climatico.
Su questa base culturale si può agire sicuramente coniugando profittabilità delle imprese e cura dell’ambiente, ricercando le buone pratiche agricole che possano supportare attivamente la gestione dei problemi ambientali».
E sul fronte caro carburante?
«Il gasolio è un costo che l’agricoltore non può comprimere: i lavori in campo vanno fatti quando è il momento, e il rincaro si scarica tutto sul margine.
Confagricoltura chiede che il regime agevolato sia difeso e che nelle fasi di rincaro arrivino misure compensative rapide.
I nostri uffici seguono le aziende nelle assegnazioni di carburante agevolato e, guardando più avanti, negli investimenti che riducono i consumi: mezzi più efficienti ed energia autoprodotta».
Qual è la sua visione sull’adozione dell’agricoltura 4.0 e delle nuove tecnologie da parte delle piccole e medie imprese agricole locali?
«Agricoltura 4.0 e le nuove tecnologie rappresentano sviluppi evolutivi e di investimento cruciali per il futuro.
Nel prossimo decennio la classica attività agricola di coltivazione o allevamento vedrà sempre più ridotto il valore aggiunto prodotto.
E’ necessario quindi supportare le aziende nell’ampliare la generazione di valore dalla terra e dall’allevamento.
La nuova frontiera a cui stiamo guardando con attenzione è il carbon farming e le sue implicazioni sul rapporto tra impresa e gestione del cambiamento climatico, di notevole valore aggiunto, così come continuiamo ad assistere le imprese nelle attività oramai classiche quali l’ospitalità rurale o le agroenergie.
E’ necessario anche incominciare a comprendere che l’era dei fondi pubblici, italiani o europei, di importi tali in alcuni casi a sostenere l’equilibrio aziendale, sta terminando per problemi nei bilanci pubblici europei. Già oggi vediamo ridursi l’intervento finanziario pubblico in molti settori e la nuova PAC prevista dal 2028 non sembra avere a disposizione le risorse del passato».
Il Torinese vanta produzioni agroalimentari di grande rilievo (dal vitivinicolo al cerealicolo, fino all’allevamento).
Quali strategie prevede per valorizzare i prodotti del territorio sui mercati nazionali ed esteri?
«Il Torinese ha una varietà produttiva che poche province possono vantare, dai vini dell’Erbaluce e del Carema ai cereali della pianura, fino alla zootecnia da carne e da latte.
Spesso però questo valore non arriva per intero al produttore.
L’associazione può aiutare su tre fronti: favorire l’aggregazione, perché sui mercati esteri da soli non si va; assistere le aziende nei contratti di filiera e nei bandi per la promozione; e sostenere il legame con il territorio, dall’enoturismo alla vendita diretta, a due passi da una grande città».
Come si può incentivare l’ingresso dei giovani nel settore agricolo locale e favorire la continuità aziendale?
«I giovani imprenditori del settore agricolo sono chiamati ad uno sforzo sconosciuto alla precedente generazione.
La moderna impresa agricola deve confrontarsi con i propri classici rischi imprenditoriali ossia il rischio “mercato” e il rischio “natura”, quest’ultimo tipico del solo imprenditore agricolo, ma ad un livello decuplicato rispetto al passato, con l’aggravante delle ridotte dimensioni delle aziende italiane caratteristica che rischia di renderle poco competitive. Credo quindi che cada in grave errore il giovane imprenditore che voglia gestire l’impresa agricola come ha fatto la precedente generazione.
Nel prossimo futuro quindi punteremo alla divulgazione e applicazione degli strumenti oggi disponibili. Penso ai contratti di rete per favorire la crescita dimensionale e la competitività sui mercati e i contratti di filiera utili per gestire la formazione equa dei prezzi di cessione della produzione agricola».