di Maurizio Vermiglio
Alberto Massucco, il vigneron italiano dello Champagne: da Castellamonte alla Côte des Blancs. Dalla prima bottiglia bevuta a 15 anni al sogno realizzato con una propria etichetta in Francia. Il racconto di Alberto Massucco tra passione, impresa e legame con Castellamonte.
Alberto Massucco, il vigneron italiano dello Champagne
Dalla passione nata da adolescente fino alla creazione di una propria etichetta nel cuore della Champagne, Alberto Massucco racconta il suo percorso unico nel mondo delle bollicine francesi. Un sogno costruito tra intuizioni, incontri decisivi e investimenti coraggiosi. Oggi il vigneron piemontese guarda al futuro, senza dimenticare le radici e il legame profondo con Castellamonte.
Alberto Massucco preferisce che la chiami “vigneron” (viticoltore in francese, ndr) o imprenditore?
«Beh, visto l’argomento direi “Vigneron…”. Ma a dirla tutta, più che imprenditore, termine generico, ho sempre preferito l’appellativo industriale, il modo più corretto per definire chi fa industria. Ma oggi, “vigneron” la trovo una definizione più gradevole, divertente e perché no, anche poetica».
A proposito di poesia. Che sentimenti, che sensazioni provò quando vendemmiò per la prima volta il suo appezzamento nella Regione dello Champagne e, in particolare quando stappò la prima bottiglia delle bollicine con l’etichetta AMC: Alberto Massucco Champagne?
«17 settembre 2019. Questa è la data della prima vendemmia nella mia prima vigna in Champagne. Poi il ricordo scivola al 2021 con le degustazione e gli assaggi per affinare il prodotto, in attesa dei tre anni, tempo di riposo minimo per un millesimato a partire dalla vendemmia, e arriviamo al 2022. Anno in cui abbiamo stappato la prima bottiglia “Amc”: è stata un’emozione pazzesca. Pur non essendo una sorpresa il gusto e il sapore perché avevamo lavorato a quel risultato, l’emozione e il piacere è stato enorme: il coronamento di un sogno».
Un sogno che ha radici lontane. Ad Alassio quando per la prima volta bevette dello Champagne, dopo un concerto di Mina, nei pressi del famoso “Muretto” della località ligure.
«E’ informatissimo (sorride Massucco, ndr). Pensi, avevo 15 anni, ed ero andato al concerto di Mina alla Villa Romana, accompagnato dalla mia prima “simpatia” e dopo il live di Mina che ricordo mi fece anche l’autografo con dedica, scendendo dalla parte alta della città, ordinai allo storico caffè Roma una bottiglia di Laurent-Perrier, per fare colpo sulla “fidanzatina”, e così ho acquistato la mia prima bottiglia di champagne E da lì, poi, mi sono appassionato a questo prodotto. Sono stato per decenni consumatore del fine perlage, fino a quando, tra viaggi e gite in Champagne, visitando tante maison, mi è sorto il desiderio di iniziare ad importare e distribuire una piccola vigneron dello Champagne fino ad oggi che sono diventate 4 quattro».
E poi la svolta: la sua etichetta.
«Tra i tanti incontri fatti in quel periodo quello della svolta è stato con Erick De Sousa, riconosciuto da tutti come uno dei più stimati produttori di champagne, personaggio straordinario, un uomo di gran cultura che purtroppo ci ha lasciato e la cui azienda è portata avanti dai suoi tre figli. E l’idea è nata chiacchierando con lui che mi disse che sarebbe stato onorato di “fare dello champagne” con me. E così è nata la linea Alberto Massucco Champagne partendo dal Millesimato Alberto Massucco Champagne Grand Cru, 100% Chardonnay».
Non solo millesimato, ma anche un Cuvée molto particolare con dedica speciale, dal nome Mirede, contenuta in una raffinata bottiglia.
«Sì, un’etichetta speciale con il nome di mia moglie, Mirede, che oggi non è più con noi».
Com’è riuscito ad acquistare una vigna nella Regione dello Champagne; anzi, ad essere stato il primo italiano a poter produrre col suo nome?
«Sempre grazie al prestigio e alla generosità di Erick De Sousa. La sua capacità e altruismo e al fascino imprenditoriale di cui godeva in particolare all’interno del “CIDVC” (l’esclusivo Comité Champagne), ho potuto acquistare due vigne e oggi sono al “closing” della terza».
Dunque, il suo progetto «matura» sempre di più e meglio…
«Sì. Perché in questa terza vigna apriremo anche la nostra sede in Francia, proprio dove produciamo il nostro vino. Appezzamento che si trova nell’Avize Village che è uno dei sette villaggi in cui si coltiva il miglior Chardonnay nel cuore della Côte des Blancs all’interno della Regione della Champagne».
Maison, quella francese, che farà seguito alla prima, quella di Castellamonte inaugurata il 17 ottobre 2024.
«Esatto. A Castellamonte importiamo le quattro etichette che distribuiamo in Italia e in tutto il Mondo: vendiamo Champagne anche alla… Francia! E vedere nella carta dei vini le proprie bottiglie, le devo dire che è una grande soddisfazione, è piuttosto… godurioso».
Maison, quella di Castellamonte, che venerdì sera ha ospitato l’evento Lions Canavese Centro con tanto di visita nella struttura. Una curiosità: ma la musica classica che si diffonde laddove le bottiglie “riposano” non è solo una cortesia per gli ospiti, vero?
«E’ una “coccola” per il nostro Champagne. Noi crediamo che le frequenza di quel genere di note, nel momento in cui vibrano con la bottiglia, facciano del bene e migliorino il prodotto che vi è all’interno».
E la trasformazione dopo una lunga ristrutturazione di quelle che erano le officine dell’azienda di suo padre nell’attività di oggi gioco-forza, riflette luce anche su Castellamonte.
«Se è davvero così non può che farmi piacere ed è anche quello che desidero. Ho sempre Castellamonte nel cuore: ci sono nato, vivo e il fatto di aver deciso di fare qui la mia “Maison”, trasformando la sede dell’industria di mio padre, penso che sia la migliore e concreta dimostrazione dell’affetto che provo per la mia città».
Lei è stato anche sindaco della Città, nonché Senatore e proprio per questa doppia visione imprenditoriale e civica le chiedo: ma un giorno la ceramica e lo champagne si incontreranno mai in un progetto unico nel suo genere?
«… (pausa di flessione) Incontrare? Beh, direi proprio di sì. Entrambi hanno a che fare con la terra: quella rossa di Castellamonte e quella dello Champagne in cui affondano le radici i vitigni e questo aspetto potrebbe essere l’inizio di una nuova storia. Da considerare».