Il commento

Quando Ivrea sfidò il vescovo correva l’anno 1000 d. C.

Nel giorno dell'arrivo del nuovo parroco spunta uno striscione polemico

Quando Ivrea sfidò il vescovo correva l’anno 1000 d. C.

Quando Ivrea sfidò il vescovo correva l’anno 1000 d. C.

La polemica

«Benvenuto don Carlevato. È Salera che va cacciato». I due striscioni, esposti in occasione dell’ingresso del nuovo parroco, don Alberto Carlevato, nelle comunità di Bosconero e San Benigno, raccontano i toni inediti di un conflitto tra una comunità e il proprio vescovo, che ha ormai assunto i caratteri aspri dello scontro. O, forse, un precedente c’è. Per trovarlo, però, bisogna riavvolgere il nastro della storia di Ivrea di oltre mille anni. Fino all’epoca di Arduino e del vescovo Warmondo. Il paragone con la vicenda che oggi coinvolge alcune comunità parrocchiali del Canavese e il vescovo Daniele Salera è, naturalmente, soltanto una suggestione: troppo diverse sono le epoche e le ragioni del conflitto, che allora non riguardava i trasferimenti dei parroci, ma la contesa per la supremazia sulla città. Il richiamo storico aiuta, tuttavia, a comprendere quanto sia tutt’altro che ordinario ciò che sta accadendo.

La storia

Allora il vescovo di Ivrea non era soltanto una guida spirituale, ma anche un potente signore temporale, deciso a consolidare le prerogative della Chiesa eporediese. A contrastarlo c’era Arduino, marchese d’Ivrea e non ancora re d’Italia, che intendeva invece riaffermare il potere marchionale sul territorio. Lo scontro – siamo alla fine del X secolo – diventò violentissimo. Arduino ricorse alla forza, trovando il sostegno di alcuni vassalli ecclesiastici, di esponenti del clero e anche di una parte della popolazione di Ivrea. Warmondo fu costretto in alcuni periodi a rimanere lontano da Ivrea e arrivò a scomunicare per ben due volte il marchese. La disputa uscì così dai confini locali e arrivò fino a Roma grazie all’iniziativa di un gruppo di vescovi: papa Gregorio V intervenne minacciando Arduino di anatema se non avesse cessato le aggressioni contro la Chiesa eporediese. Oggi non ci sono eserciti, scomuniche o territori da contendersi. Ci sono lettere aperte, raccolte firme e fedeli «obbedienti sì, ma con la schiena diritta» che chiedono di essere ascoltati. Uno scontro che, in forme e per motivi completamente diversi, riporta alla luce una pagina antica della storia eporediese: il rapporto non sempre pacifico tra l’autorità ecclesiastica e le comunità del territorio.