L'intervista

Primo paziente Covid-19 dimesso dalla terapia intensiva racconta il suo calvario

Nessuno dei suoi famigliari ha mai eseguito il tampone

Primo paziente Covid-19 dimesso dalla terapia intensiva racconta il suo calvario
Ivrea, 19 Settembre 2020 ore 09:07

Primo paziente Covid-19 dimesso dalla terapia intensiva racconta il suo calvario

Primo paziente Covid-19

E’ stato il primo paziente Covid-19 ad essere dimesso dalla terapia intensiva. E tra i primi a contrarre il virus, seppur non sia riuscito a ricostruire la dinamica del contagio. E’ Ivan Lesca, eporediese, noto in città per aver gestito un ristornate nel centro storico. Ha deciso di raccontare la sua storia, ormai a distanza di mesi da quell’incubo, perché non è ancora del tutto finito: nessuno dei suoi famigliari ha mai eseguito il tampone e, soprattutto, oggi non è ancora nemmeno stato chiamato per la visita di controllo.

Il ricovero

Era l’8 marzo quando ha iniziato ad accusare i primi sintomi: febbre alta e vomito. Dapprima però, anche il suo medico curante gli ha somministrato una terapia diagnosticando una semplice influenza. Il suocero quasi 80enne era stato male qualche giorno prima di lui, ma era poi guarito senza particolari complicazioni. Invece, dopo una settimana passata assumendo antibiotici, le condizioni di Lesca si sono aggravate. Domenica 15 marzo – come ha raccontato nel corso di un’intervista – quando si è svegliato non riusciva più a respirare. Febbre sempre più alta, forte tosse e un malessere diffuso in tutto il corpo. Chiamato il 118, è stato portato d’urgenza all’ospedale di Ivrea, dove gli sono stati effettuati subito i tamponi. Ed è stato così ricoverato nel reparto Covid. In terapia intensiva. «Non ricordo molto di quei momenti – confida – sono stato intubato, messo a pancia in giù, poi ho solo immagini confuse di quei giorni». Fortunatamente ha subito risposto positivamente alle cure e dopo una settimana è stato trasferito in sub-intensiva.

Il racconto

«Quando mi hanno risvegliato avevo il “casco” (per la respirazione dei pazienti Covid-19, ndr) e ho potuto così chiamare finalmente la mia famiglia – prosegue – Ho trascorso 23 giorni in ospedale, senza poter vedere nessuno». Anche quando è stato trasferito nel reparto di ortopedia per la riabilitazione alla respirazione è rimasto in isolamento. «Ho visto morire un paziente ricoverato nella mia stessa stanza – dice affranto – Il Covid è una malattia che mette a rischio la nostra vita e a soffrire sono soprattutto i nostri famigliari». Prima di Pasqua, il giorno del venerdì santo, Ivan Lesca è stato dimesso ed è tornato a casa, pur debilitato e dimagrito di ben 15 chili. «Anche dopo le dismissioni dall’ospedale, dove mi hanno ripetuto diversi esami alcuni molto dolorosi, ho continuato ad essere monitorato – tiene a sottolineare – e tutti i miei famigliari sono stati posti in quarantena, ma a nessuno di loro è stato eseguito il tampone, nemmeno a mia moglie che mi è sempre stata vicina, di sua iniziativa ha soltanto praticato quello sierologico, che però non è sufficiente a stabilire se si sia o meno malati». In tutto 74 lunghi giorni di degenza. «Finito il periodo di isolamento domiciliare – aggiunge – sono stato poi all’Asl per i tamponi di controllo: eravamo in 150, tutti in coda fuori dalla struttura, tanto che iniziava all’ingresso e finiva nel parcheggio».

I tamponi

Il primo eseguito però aveva dato un risultato cosiddetto «falso negativo», e l’ha dovuto ripetere per ben 4 volte prima di essere dichiarato guarito. Ora dovrebbe condurre nuovamente degli esami di controllo, la tac e l’ecografia, ma non è semplice prenotare i test per la mancanza di un iter: tant’è che li avrebbe già dovuti svolgere ad agosto, eppure non è ancora stato contattato. «Ora ho ripreso a lavorare, seppure a fatica perché ho ancora problemi di respirazione – conclude – Vorrei ringraziare il personale dell’ospedale di Ivrea per la professionalità e l’umanità dimostrata in una situazione tanto difficile che ha colto tutti impreparati; e soprattutto a chi sottovaluta questa malattia vorrei dire che non hanno idea di cosa significhi ammalarsi di Covid-19, soprattutto per i nostri cari; tant’è che sarò uno dei primi a effettuare il vaccino non appena sarà possibile farlo». Lesca si era anche offerto di donare il plasma per aiutare nella cura degli altri pazienti. Ma non è stato poi necessario per la riduzione dei contagi.

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