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emergenza covid-19

Scuole chiuse con 250 casi ogni 100mila abitanti: Torino al limite

Il dato torinese si attesta su 243 contagi ogni 100.000 abitanti.

Scuole chiuse con 250 casi ogni 100mila abitanti: Torino al limite
Cronaca Torino, 03 Marzo 2021 ore 18:08

Scuole chiuse in area rossa. Stesso provvedimento  per tutti gli istituti di ogni ordine e grado se si raggiungono 250 casi ogni 100mila abitanti, a prescindere dal colore. E’ quanto ha stabilito ufficialmente dal nuovo  Dpcm disposto per contrastare l’avanzare del Coronavirus, il primo del Governo Draghi, illustrato nella serata di ieri, martedì 2 marzo  dai ministri per gli Affari regionali e della Salute, Mariastella Gelmini e Roberto Speranza.

Scuole chiuse: Torino

Numeri che stabiliscono il destino di migliaia di studenti, e di altrettante famiglie. La situazione, in tutto il Piemonte, soprattutto a causa della diffusione della variante inglese (48% dei casi) è estremamente delicata. Ricordiamo infatti che da oggi, mercoledì 3 marzo 2021, altri 14 comuni piemontesi sono finiti in zona rossa oltre a quelli della Val Vigezzo che già lo erano.

Nella Città Metropolitana di Torino la situazione è al limite, con una incidenza media provinciale, negli ultimi 7 giorni di 243 casi ogni 100mila abitanti.

E’ quanto emerge dall’analisi, che proponiamo settimanalmente effettuata dal dottor Paolo Spada, medico dell’ospedale Humanitas di Rozzano. Come abbiamo già evidenziato in passato il dottor Spada, chirurgo vascolare,  presidente di EVARplanning, startup innovativa vincitrice del premio BioUpper per le idee imprenditoriali nelle scienze della vita è un esperto di algoritmi applicati alla medicina e dall’inizio  dell’emergenza sanitaria pubblica quotidianamente  report sui dati  del  contagio nella rubrica Pillole di Ottimismo.

La curva dell’incidenza in ogni provincia piemontese

Tutte le province italiane

L’analisi del dottor Spada

Sia che si tratti di una stanza di ospedale, o del territorio di un Paese o di una Regione, il primo provvedimento per arginare il contagio è l’isolamento del focolaio. Paghiamo non averlo fatto per tempo, ma non dobbiamo desistere adesso, anzi dovremmo abituarci tutti quanti – ci stiamo arrivando, ma lentamente – a conoscere i valori di incidenza del nostro territorio, e a pretendere le misure di contenimento per quello che sono: una protezione, non una punizione.

Sarebbe più facile se, nel contempo, vi fosse maggior coraggio nel liberare attività al di sotto delle soglie, dove ci si può impegnare molto di più per contingentare, regolare, organizzare, senza dover tenere chiuso nulla. Questo dovremmo fare fin d’ora, e questo certamente sarà il nostro futuro nei prossimi mesi, non appena questa risalita avrà esaurito la sua spinta – diciamolo: non irresistibile – e si ricomincerà a prendere fiducia.

Resistere sta anche in questo: modulare le nostre vite anche durante la pandemia, non dare per scontato che ci si debba solo nascondere, ma sfruttare la nostra intelligenza di uomini – contro l’istinto inconsapevole del virus – per tirar fuori la testa, appena si può, dove si può. La “massima precauzione” dovrebbe essere verso noi stessi, e non soltanto per difenderci dal contagio. Ogni giorno di scuola che possiamo preservare, ogni bar che teniamo aperto, ogni ora di sole che possiamo guadagnare, ogni strada e negozio che rimangono vivi, ogni progetto che riusciamo a far nascere. Tutto questo è vita contro il virus, è resistenza, ed è importante. Non solo per la sopravvivenza economica di tante persone, ma per un tangibile segno di rinascita che dobbiamo cominciare a pianificare. Presto, prima possibile. Non senza”.