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intervista

Da Bosconero alla cucina di MasterChef, Christian Passeri si racconta "Il mio futuro? Con una padella in mano"

"La cucina canavesana è molto legata a me ma se devo dire un piatto dico la “Supa dij mort” che è uno dei piatti più buoni che si possa mangiare".

Da Bosconero alla cucina di MasterChef, Christian Passeri si racconta "Il mio futuro? Con una padella in mano"
Attualità Rivarolo, 21 Marzo 2022 ore 00:48

Da Bosconero alla cucina di MasterChef, Christian Passeri si racconta "Il mio futuro? Con una padella in mano".

Da Bosconero alla cucina di MasterChef

A piccoli passi, giorno dopo giorno, puntata dopo puntata, sfida dopo sfida, piatto dopo piatto… Christian ha superato i suoi limiti, quei limiti autoimposti, come lui stesso ha più volte sottolineato, ed è riuscito ad arrivare fino alla fine di MasterChef Italia, il cooking show di Sky prodotto da Endemol Shine Italy (sempre disponibile on demand, visibile su Sky Go e in streaming su Now) e a cucinare il suo menù per i tre chef stellati.
Vent’anni, bosconerese, Christian Passeri ha studiato fra Bosconero e Rivarolo prima di iscriversi alla facoltà di ingegneria chimica alimentare a Torino. Vive insieme al papà Dorino, alla mamma Elena e ai fratelli minori Myriam e Gioele e un sacco di animali (anche non convenzionali!). Sono passati mesi da quel Christian un po’ impacciato ed emozionato che si è presentato con «Tradizione e panico» (due sformatini: uno ai peperoni con bagna caoda e uno ai pomodorini gialli con salsa di gorgonzola e noci) a cui chef Bruno Barbieri aveva chiesto cosa volesse fare da grande.
Christian, allora avevi detto di non avere una risposta a questa domanda, ora l’hai trovata?
«Sicuramente il dubbio c’è ancora, ma non rispetto a quello che vorrei fare ma a quanto tempo ci vorrà, perché ormai il mio futuro è in cucina. Per trovare la cucina giusta per me, un mentore o addirittura aprire un ristorante mio sicuramente ci sarà da attendere anni».
Da quel primo piatto presentato ai giudici a «La mia storia è quella della cucina» quanta strada c’è?
«Io ho faticato ogni singola prova, ogni giorno ho dato sempre di più finché sono riuscito ad arrivare fino in fondo. Non è stato affatto semplice ma con impegno e costanza ci sono riuscito».
Cosa hanno significato per te le parole e l’abbraccio con Cannavacciuolo quando ti ha consegnato la giacca da chef?
«E’ un po’ difficile da descrivere a parole perché è stato uno di quei momenti in cui ti rendi conto che la tua vita cambia. E’ stato un discorso di poche parole ma estremamente sentite, erano esattamente le parole che servivano a me e quelle che volevo sentirmi dire dallo chef: che il mio futuro poteva essere quello e non solo, mi ha detto che sarei potuto diventare un grande chef. Per me queste parole sono oro e me le porterò dietro per tutta la vita».
Torniamo in Canavese, c’è un piatto della nostra tradizione al quale sei più legato?
«La cucina canavesana è molto legata a me ma se devo dire un piatto dico la “Supa dij mort” che è uno dei piatti più buoni che una persona possa mangiare in vita sua».
E a casa per chi cucini?
«Per tutta la famiglia! Ultimamente stanno diventando le mie cavie ma non li ho ancora sentiti lamentarsi»
Da chi hai preso la passione per la cucina?
«Quando ero piccolo guardavo nonna cucinare e aiutavo mia mamma, è stata una cosa naturale. E poi agli scout quando cucinavamo al campo».
Nel tuo futuro come ti vedi?
«Non so dove ma sicuramente mi vedo con una padella in mano».
Hai già pensato al tuo ristorante?
«Sicuramente all’inizio avrà pochi coperti perché non so delegare e vorrò gestirmi tutto io, poi mi renderò conto che è impossibile farcela da solo e lavorerò con qualcun altro».
In Canavese, in Piemonte o dove altro?
«Non lo so a dire il vero ma anche se non dovessi portare il mio ristorante in Canavese le mie origini canavesane e la sua cucina si rivedranno nei miei piatti».

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