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Castellamonte

I «Castelletti» di Sant’Anna Boschi, una scoperta tra natura e leggende

Si tratta di depositi terrosi, scavati ed erosi da pioggia e vento, oggi somiglianti a guglie medievali, torri e piramidi.

I «Castelletti» di Sant’Anna Boschi, una scoperta tra natura e leggende
Attualità Castellamonte, 23 Aprile 2022 ore 05:01

Immaginatevi bambini, in riva al mare durante le vacanze estive giocando con la sabbia bagnata. Chi non ha fatto a gara da piccolo a costruire castelli e fossati?...

I «Castelletti» di Sant’Anna Boschi

Immaginatevi bambini, in riva al mare durante le vacanze estive giocando con la sabbia bagnata. Chi non ha fatto a gara da piccolo a costruire castelli e fossati? La parte più bella per me era il posizionamento finale delle guglie, che dovevano primeggiare per altezza e fantasia della forma, donando il tocco magico all’opera. Sarà perché il mare un tempo lontano arrivava davvero fino a qui, sarà perché sempre di castelli si parla, ma quando mi sono trovata di fronte ai Castelletti di Sant’Anna Boschi, ho provato le stesse emozioni di bambina di fronte a un paesaggio incantato. La collina di Castellamonte è costituita da un’ossatura di roccia compatta che nel passato preistorico formava una grande scogliera allungata in mezzo al mare. Il suo terreno è oggi formato da grossolane sabbie ghiaiose, depositi ciottolosi e argillosi (come bene ricordiamo, è grazie a questa terra argillosa ricca di ossido di ferro che è possibile la produzione della tipica famosa ceramica di Castellamonte). Ci sono punti in cui il terreno, ricco di queste sostanze, non ha la dura consistenza delle rocce, ma risulta friabile, facilmente alterabile e mutevole. È proprio in queste fragili zone che si trovano i Castelletti o Castellacci di Sant’Anna Boschi. Si tratta di depositi terrosi che molte centinaia di anni fa dovevano costituire altipiani uniformi: la pioggia e il vento li hanno scavati ed erosi, riducendoli a poco a poco all’attuale forma di lembi sparsi, somiglianti proprio a guglie medievali, torri, piramidi solcate da gigantesche mani che sembrano abbiano arato direttamente dal cielo. Sulla punta di queste montagnole spesso si trova un frammento di zolla compatta protettiva che impedisce o rallenta il percorso abrasivo delle acque piovane e sotterranee. I fiumi della Valle dell’Orco, che nell’era glaciale scorrevano a oltre 100 metri sopra il piano attuale, hanno nel tempo creato depositi di detriti geologici che ci restituiscono oggi un paesaggio dalle forme e dalle cromie spettacolari. Se abbiamo la fortuna di osservare i Castelletti al sorgere del sole, dopo una notte di pioggia, vedremmo un terreno rosso acceso intervallarsi con punti giallastri, verdi e bianchi, con pietruzze e minerali argentei luccicosi. L’umidità del terreno ne rivela, infatti, l’ossido di ferro, dipingendo la collina con sfumature di ruggine. Non è un caso che proprio un pittore abbia dedicato una grande e importante parte del proprio lavoro alla poetica rappresentazione dei Castelletti: Miro Gianola lo scorso anno ha presentato una serie di dipinti dal titolo “Genesi e Mutamento”, realizzata in esclusiva in occasione della 60esima Mostra della Ceramica. La mostra del Maestro Gianola, uno dei principali artisti canavesani internazionalmente conosciuto, è stata curata da Ezio Viano che, oltre a essere da sempre impegnato nella promozione del Canavese, è un grande collezionista di immagini d’epoca. Ai suggestivi quadri di Miro Gianola esposti nei locali della Società Operaia di Sant’Anna, Viano ha affiancato cartoline, ricerche e album della fine dell’Ottocento e primi Novecento illustranti ricerche e fotografie dei Castelletti. Molti geologi del tempo si appassionarono al fenomeno, che in quell’epoca ebbe la maggiore espansione e il massimo splendore. Uno di questi fu il celebre naturalista Federico Sacco, che dedicò un articolo pubblicato prima nella rivista “L’Escursionista” e poi, nel 1932, nella rivista “Le vie d’Italia” del Touring Club Italiano. Nel dopoguerra e fino a pochi anni fa, i Castelletti erano quasi scomparsi: solo recentemente i fenomeni meteorici sono tornati a disegnare il territorio con nuove fenditure più o meno profonde, rendendolo nuovamente un’imperdibile breve meta escursionistica canavesana. Raggiungere i Castelletti è molto facile: dopo la frazione di Spineto, sulla strada SP58 che da Castellamonte porta a Cuorgnè, si arriva a Sant’Anna Boschi, percorrendo la strada principale del paese fino alla chiesa parrocchiale. Da lì è indicata una discesa, alla fine della quale troviamo da una parte lo studio dei ceramisti Giose e Corrado Camerlo e dall’altra un sentiero nel bosco. Imboccandolo, dopo pochi metri percorsi sotto castagni, acacie, betulle e circondati da piante antichissime come l’equiseto (detta comunemente coda cavallina, considerata la pianta preistorica forse più antica in assoluto), si apre lo sterrato incantevole dei Castelletti, con una parete nella parte superiore e una nella parte inferiore di un piccolo affascinante canyon naturale. La passeggiata è accessibile a tutti, ma vista la fragilità del terreno è consigliabile indossare scarpe da trekking adatte e bacchette da passeggio, soprattutto per la risalita. A rendere ancora più affascinate il percorso è la leggenda secondo cui proprio sotto i Castelletti sia sepolto un tesoro, che già Napoleone si era impegnato a cercare senza successo. Si tratterebbe di un cospicuo bottino composto per lo più da monete d’oro appartenente alla popolazione dei Salassi che, vinti dai Romani tra il 143 e il 100 a.C., non vollero cedere i loro beni e li nascosero nei terreni collinosi di Castellamonte. Molti archeologi verso tra il 1960 e 1970 si cimentarono nella ricerca del bottino, ma l’argilla fa da barriera naturale anche al metal detector… qua - le scrigno più sicuro dei Castelletti per custodire il misterioso tesoro?

 Elena Datrino

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