Cronaca

Intervista sui social ad Andrea Montagnini

Ecco alcune riflessioni e consigli per tutti

Intervista sui social ad Andrea Montagnini
Cronaca Ivrea, 14 Novembre 2018 ore 17:05

Intervista sui social allo psicoterapeuta Andrea Montagnini dello studio InCentrum in Corso Cavour 9 a Ivrea.

Intervista sui social

I social hanno cambiato il modo di comunicare tra le persone? «Non più di tanto, l'approccio è sempre lo stesso, semplicemente c'è un maggior riverbero. La questione è un'altra: i social rappresentano una sorta di mondo onirico, che però non è meno vero del mondo reale. Ma se ci si preoccupa troppo dei social, ci si occupa meno della realtà».

Troll, haters o fake news

Quali effetti hanno però sulle masse le dinamiche generate sui social da troll, haters o fake news? «Possono indirizzare le masse, anestetizzandone il pensiero e omologandolo. Possono anche far insorgere conflittualità e distruttività, oltre a rabbia. Quest'ultima in particolare, è crescente». E' possibile allora condizionare le opinioni... «Il condizionamento avviene quando si è fragili e insicuri, facendo leva sulle paure. In questo modo si può costruire una “verità” sulla percezione che le persone si sono create rispetto ad avvenimenti».  Qual è l'effetto collaterale? «La paura può portare all'isolamento e alla solitudine. Di conseguenza alla depressione e sono in aumento i casi in questo senso».

Gli slogan politici

Veniamo agli slogan dei politici, quest'ultimi peraltro sempre più presenti e attivi sui social: se e come si possono decodificare? «Il video, che sia un momitor piuttosto che lo schermo di un telefonino, fa da filtro. E' più difficile comprendere se si è difronte ad un atteggiamento spontaneo o costruito. Ma ciò vale in generale, non solo in politica». Negli atteggiamenti o nel linguaggio si può celare un «modus»? «Talvolta si possono riscontrare delle gestualità, ad esempio, quelle volte a rassicurare, piuttosto che ad esaltare gli interlocutori».

Alcuni consigli

C'è una cura o un antidoto a chi abusa dei social? «Servirebbe semmai più educazione, perché non sempre quello dei social è un dire democratico. In questo senso dovrebbero essere i programmi scolastici, per primi, a fare la differenza attraverso un maggiore studio di materie umanistiche».

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