Cronaca
emergenza economica

Ristoratori in protesta in Canavese: da Pratiglione a Rivarolo due scelte opposte

Il Covo del Drago chiude per un mese, mentre il gestore del Blackwood non pagherà le tasse allo Stato ma quel denaro lo devolverà in beneficenza.

Ristoratori in protesta in Canavese: da Pratiglione a Rivarolo due scelte opposte
Cronaca Rivarolo, 01 Novembre 2020 ore 10:55

Ristoratori in protesta in Canavese: da Pratiglione a Rivarolo due scelte opposte: Il Covo del Drago chiude per un mese, mentre il gestore del Blackwood non pagherà le tasse allo Stato ma quel denaro lo devolverà in beneficenza.

Ristoratori in protesta in Canavese

Non chiamatelo «lockdown», perché tecnicamente è ben altra cosa. Per certe categorie di operatori commerciali, però, suona come l’ennesima mazzata. Un’altra «pagina nera» di un 2020 che sta mettendo a dura prova uomini e donne che lavorano sodo, i quali adesso si ritrovano di nuovo a fare i conti con una situazione economica a dir poco complicata. Sì, perché un mese di limitazioni pesanti, con orari di lavoro penalizzanti, o in alcuni casi praticamente azzerati, è paragonabile al giocare con il fuoco. E rischiare, se si ripartirà davvero a fine novembre, di non farcela.

Da Pratiglione a Rivarolo due scelte opposte

Ecco allora che in questi primi giorni di serrande abbassate in anticipo e di «coprifuoco» vanno raccontate due storie, le quali hanno molto in comune e che al meglio «fotografano» il periodo in cui stiamo vivendo. Da una parte c’è Marco Usai, che abbiamo imparato a conoscere perché lui, purtroppo, il Coronavirus lo ha «provato» sulla propria pelle. Si divide tra il lavoro di operaio e quello di gestore, con la famiglia, del «Covo del drago», circolo che si trova a Pratiglione, aperto a fine del 2019. Lo stesso periodo che ha visto l’inaugurazione del «Blackwood», il locale di Borgata Vittoria, all’altezza della rotonda che sorge tra Rivarolo e Bosconero, guidato invece da Alessio Loi, recentemente salito alla ribalta per il suo «grido di allarme» lanciato nei confronti delle istituzioni che stanno facendo «morire» un certo tipo di categoria. Ebbene, i due hanno deciso di affrontare le imposizioni legate all’ultimo Dpcm in maniera totalmente diversa.

Tasse non versate allo Stato... ed invece date in beneficenza

Alessio ha scelto di dare vita ad una forma di protesta molto particolare: «Sabato scorso ho annunciato con un cartello, fuori dal mio locale, che domenica non avrei aperto in segno di sdegno per ciò che sta accadendo. Però, ho comunque garantito ai miei dipendenti il loro stipendio. In compenso le tasse che dovrei comunque versare allo Stato... non le darò a Roma. Ho chiesto al mio commercialista di calcolare quanto ammonta tale cifra, poi questo denaro sarà dato in beneficenza, a qualche Onlus meritevole». Una «disobbedienza civile», come del resto Loi aveva annunciato proprio dalle colonne de «Il Canavese»: «Ribadisco che bisogna tornare a far sentire la voce di chi lavora, di chi manda avanti questo Paese e che è costantemente penalizzato. Qualcosa si sta muovendo e già altri esercenti mi stanno dando ragione. Chi volesse saperne di più od aderire a questo “gruppo di lavoro”, può contattarmi tramite mail all’indirizzo tutelaeuguaglianza@gmail.com».

Giù le serrande per un mese

Invece Marco, non certo come segno di resa ma dopo essersi fatto due conti, ha scelto di chiudere per un mese la propria attività: «Noi generalmente apriamo alle 19, andiamo avanti sino a tardi e la nostra clientela è generalmente più “nottambula”. Abbiamo anche provato ad aprire prima, proponendo un aperitivo dalle ore 17, però siamo a Pratiglione, in una posizione non certo di passaggio, dove la gente ed i giovani hanno i loro impegni ed orari da rispettare. Quindi, inutile prenderci in giro e cambiare formula per poche settimane. Per fortuna ho un altro lavoro e con quello tiriamo avanti. Certo, siamo anche fortunati perché abbiamo il padrone della struttura in cui sorge il nostro locale che sia nei mesi scorsi come attualmente ci sta venendo in contro, permettendoci così di non dover chiudere definitivamente, come accade invece per altri nostri colleghi». Usai, che vive a Forno, non nasconde però la sua amarezza per la gestione di questo momento, risultata davvero poco accorta: «Io sono consapevole più di altri cosa sia il Coronavirus. Quindi, so bene che non è una sciocchezza e va gestita in maniera adeguata. Però... sino ad ora il nostro Governo ha agito commettendo degli errori palesi. Nessuno nega che bisogna porre un freno alla pandemia ed a questo aumento considerevole dei contagiati, ma non credo che penalizzando certe categorie lavorative si riuscirà a risolvere la situazione». La scelta di chiudere sino al prossimo 25 novembre è parsa, alla fine, la decisione più sensata: «Per noi che abbiamo aperto da un anno a malapena è una scelta pesante, ma necessaria. Meglio fermarsi, anche se a malincuore, per essere pronti a riprendere più forti di prima. Certamente qualcosa va però cambiato in questo momento, bisogna fare un modo di sostenere chi è davvero in difficoltà e non lasciarlo abbandonato a se stesso».

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